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a cura di Dott.ssa Gessica Degl'Innocenti

 
 

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IL MALTRATTAMENTO ANIMALE: UN MALE CHE CRESCE.

"Maltrattare" così come "abusare", sono termini che subito portano alla mente parole come "violenza" ed "ingiustizia".
Spesso, parlando di chi perpetua queste sevizie, si dice che sia un "ignorante", nel senso che "ignora" anche il comune senso della vita; ma se ci pensiamo bene, l'animale uomo è l'unico in grado di compiere una scelta in tal senso; egli può decidere consapevolmente se provocare una sofferenza ad un altro esser vivente o meno. Quando poi di questi abusi sono vittime esseri indifesi, come animali e/o bambini, tutto lo scenario prende colori tetri.
Ci si chiede che gusto ci possa essere a spegnere un mozzicone di sigaretta sul braccio di un neonato, oppure ad impiccare un gatto…che "uomini" possono mai essere questi?!
Eppure le cronache sono piene di fatti del genere e, cosa ancora più inquietante, negli ultimi anni sono andati crescendo gli atti di maltrattamento fatti da minorenni, a danno di animali: gli ultimi contro gli ultimi.
Numerose ricerche in campo psicologico hanno messo in evidenza una forte correlazione tra maltrattamento di animali, bullismo e tendenza alla delinquenza anche in ragazzi molto giovani (si parla di un'età compresa tra gli 8 ed i 13 anni).
Chi riesce a maltrattare un essere che non può difendersi è una persona con una carica aggressiva molto forte, che non conosce il significato della pietà, non prova rimorso. 
Non c'è empatia con ciò che è fuori di loro, tutto diventa un qualcosa a proprio uso e consumo. 
Ovviamente per parlare di "abuso" non occorre arrivare alla morte dell'animale, i maltrattamenti possono essere di varia natura fisica ed anche psicologica.
L'articolo 544-ter, del Codice Penale individua in "Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche […]" il soggetto che compie reato ed identifica così il danno. Si pone infatti l'accento sull'animale come portatore di diritti, egli ha il diritto di essere trattato in modo corretto secondo le sue caratteristiche specie specifiche.
Si capisce bene che quindi, molti contesti potrebbero essere scena di tutto ciò; non solo ad es. i combattimenti clandestini tra cani, ma anche i canili dove, volente o nolente, i cani stanno stipati in piccoli recinti dove il sovraffollamento crea un fortissimo stress ambientale, capace di alterare la percezione e minare il senso della stessa sopravvivenza, ma anche in una qualsiasi situazione casalinga in cui all'animale non siano fornite le necessarie cure, dove per cure non si intendono solo quelle legate al cibo o al riparo, ma anche quelle, forse più sostanziali, della vicinanza fisica e psicologica, dell'amorevolezza, del contatto, del reciproco affetto.
Eppure, sebbene una legge imponga severe pene, la vita degli animali è comunque sempre minacciata, come uscirne quindi?
Forse quello che servirebbe davvero è riscoprire quella che viene chiamata "empatia", ossia quella capacità di immedesimarsi in qualcun altro fino a coglierne i pensieri e gli stati d'animo.
Ma l'empatia è qualcosa che non ci appartiene in un modo innato, la acquisiamo con la crescita psico-fisica, in un processo che va dal "sé" al"altro" e che percorre gli anni dell'infanzia. 
Gli aspetti empatici della persona vanno coltivati, come una risorsa prima per se stessa che per gli altri.

(da "Il Vomerese", aprile 2009 )

Dott.ssa Gessica Degl’Innocenti

 

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