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a cura di Dott.ssa Gessica Degl'Innocenti

 
 

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Webmaster: Federico Vinattieri

 

DIARIO DI UNO STRIZZACERVELLI PARTICOLARE:
QUANDO SUL LETTINO CI SONO DUE PIEDI E QUATTRO ZAMPE.

Il caso di Polly e del “Non vorrò mai nessun altro cane”.

Quasi due anni fa fui contattata da una giovane ragazza, che per correttezza chiamerò G.

Telefonandomi G. mi spiegò la situazione difficile in cui viveva con la sua famiglia da circa 6 mesi e più specificatamente, da quando era venuta a mancare la cagnolina di casa, Thelma.

Thelma, una dolcissima barboncina, era scomparsa ad 11 anni, dopo una brutta malattia.

Tutti avevano sofferto per la sua perdita, con lei, come mi disse più volte la ragazza, se ne era andato un membro della famiglia, una compagna sempre presente, una amica dolce ed affettuosa. Tutta la famiglia era stata colpita da questo lutto, ma la madre della ragazza, M., sembrava quella più fortemente colpita dalla perdita.

Apparentemente sembrava che, dopo un paio di mesi, si fosse “abituata” a questo vuoto lasciato, ma c’era qualcosa che non andava: la madre della ragazza era divenuta irascibile, soffocante nei suoi confronti e nemmeno i preparativi del suo matrimonio la distraevano da piccole manie e fissazioni che erano sopraggiunte negli ultimi tempi.

Decisi quindi di incontrare la famiglia e fissai un appuntamento nella loro casa.

Sapendo che sua madre non avrebbe mai acconsentito ad un mio intervento, G. gli disse che mi aveva chiamato per aiutarla nella scelta del cucciolo più adatto da prendere dopo il matrimonio.

La famiglia, composta da G., da sua madre e da suo padre, mi accolse bene, ma fu subito chiaro ad i miei occhi, che M. aveva duramente risentito della perdita di Thelma.

Da subito mi raccontò di quanto la sua cagnolina fosse buona, intelligente e sveglia, in una serata sfogliò interi album fotografici: raccontandomi la storia della sua Thelma, M. mi stava raccontando la sua vita, il suo modo di essere madre, moglie, donna.

Dopo il matrimonio, M. aveva avuto una figlia e per lei, ormai adolescente, aveva deciso di prendere un piccolo cucciolo, Thelma appunto. Ma G. era troppo impegnata con la scuola e gli amici ed il marito al lavoro, così M. fu per molti anni l’unica a dedicarsi alla cagnolina, tant’è che ne parlava come la “sua canina”.
La taglia della cagnetta poi consentiva a M. di portarsela sempre con sé e mentre il tempo passava, la figlia cresceva ed il marito andava in pensione, M. e Thelma erano sempre più inseparabili.

Poi la vecchiaia sopraggiunse anche per la piccola cagnolina e arrivò la malattia, dopo di questa la fine ed il saldo principio di M. che, dopo Thelma, non ci sarebbe mai più stato nessun altro cane per lei.

“Mi sembrerebbe di farle un torto!”, “Non potrei volergli bene come ne ho voluto a lei” questo era ciò che mi rispose quella sera quando le domandavo perché non aveva ancora riempito quel vuoto. In verità rimase ferma su queste posizioni per molto.

Poi c’era la figlia “Non posso prendere un cane proprio ora che G. sta preparando il suo matrimonio, io gli sono indispensabile, se non l’aiuto come farà. Non ho tempo per un cucciolo!”

Alla fine della serata M. aveva monopolizzato la situazione.

Cosa era successo?

Perché M. era così rigida nelle sue posizioni e come potevo farle cambiare idea?

Perché era ovvio che avere un altro cane la avrebbe fatto bene. Dopo la morte di Thelma qualcosa era mancato nella vita di M. e non solo dal punto di vista fisico, ma anche e soprattutto emotivo. M. era sempre stata una madre apprensiva e premurosa fino all’eccesso, ma fino a quel momento Thelma aveva assorbito molta della sua benevola invadenza: di buon grado la cagnolina accettava di mettersi il cappottino se per M. era troppo freddo fuori, era amorevole per le coccole infinite che riceveva dalla sua padrona senza essere mai irritata da ciò. Ma adesso che la barboncina non c’era più M. riversava tutta la sua apprensione alla figlia, divenendo alle volte anche un po’ ossessiva.

Inoltre la perdita di Thelma era avvenuta in un momento particolare della vita di M.: la figlia si stava per sposare, suo marito era andato in pensione, lei stessa avvertiva il passare del tempo sul suo viso e nel suo sguardo. Per M. era come se con Thelma se ne fosse andato un pezzo della sua vita, sentiva che un ciclo si era concluso, sua figlia era diventata donna e lei stava invecchiando.

Ci vollero diversi incontri per far capire a M. che poteva esistere un altro punto di vista, che la cosa poteva essere vista da un lato diverso.

Thelma se ne era andata, ma prendere un altro cane poteva essere un idea da non scartare a priori.

Durante gli incontri cercai di spiegare a M. che, decidere di adottare un nuovo cane dopo averne perso uno, era simile al decidere di fare un secondo figlio: si decide di farlo non perché non si vuole più bene al primogenito, ma per provare una nuova gioia, per permettere che un nuovo ciclo cominci.

Spesso i proprietari infatti, hanno paura di non volere abbastanza bene al nuovo venuto, perchè saranno sempre tentati di metterlo in rapporto con il cane precedentemente avuto, bisognerà capire che ciò probabilmente avverrà ma non sarà dettato dalla cattiveria o dallo scarso amore, ma solo dall’inevitabile ricordo che ci lega al nostro amico scomparso.

Proprio come quando si hanno due figli, i paragono sono inevitabili, ma i buoni genitori sanno accettare le differenze dei propri ragazzi, sanno esaltare i pregi e capire i difetti di ognuno.

Così accade anche per i cani che ci accompagnano durante il cammino della nostra vita, ognuno con le proprie peculiarità, ognuno così speciale nel suo essere diverso dall’altro.

Oggi nella casa di M. e di suo marito, vive Polly, una carlina fulva.

M. ha capito che il cuore umano è abbastanza grande per tanti amori canini e così nella tasca del suo portafoglio accanto a Thelma oggi c’è anche Polly.